Narrare, raccontare, utilizzare uno stile e scegliere le parole: tutto questo è lo storytelling. Non si tratta del banale concetto di scrivere una storia, perché occorre farlo nel modo giusto e non è una cosa così scontata. Come prima cosa va stabilita la tipologia di lettore che si desidera raggiungere.
Esistono libri che sono realizzati con l’obiettivo di fare marketing o comunque per promuoversi quali professionisti. Il tono e lo stile andranno a formare uno storytelling più o meno sobrio, a tratti confidenziale, che tocchi però le corde giuste per indurre il lettore all’acquisto del servizio o del bene in questione: mi è capitato con un professionista che voleva promuovere il suo centro sportivo. In quel caso, mi è stato chiesto di usare uno storytelling leggero ma coinvolgente, come se si trattasse di una storia (vera, oltretutto) con elementi tecnici inseriti in maniera comprensibile e al contempo originale. In realtà, un libro o un manuale professionali potrebbero benissimo esigere un linguaggio più tecnico e specifico, ma ciò dipende sempre dal target che si desidera raggiungere.

Nei romanzi e nelle biografie, invece, a prevalere nello storytelling è di certo il coinvolgimento emotivo. Per questo, ci sono varie possibilità di scelta narrativa. Una delle più diffuse è quella del narratore onnisciente, ovvero lo scrittore che “racconta” entrando alternativamente, anche nell’ambito del medesimo paragrafo, nella testa di tutti i personaggi. Per trasmettere emozioni e immagini efficaci in questo modo, bisognerebbe impugnare la penna di nomi come Stephen King o Tolstoj, ma ovviamente basta anche prenderli a modello; la difficoltà, in questo caso, è nel riuscire ad approfondire le emozioni provate dai singoli personaggi in poche righe e senza confondere chi legge.
Cos’è la TPL nella scrittura dei libri
E poi c’è la TPL che è in assoluto lo stile narrativo che prediligo assieme alla prima persona. Entrambe sono tecniche molto efficaci, ma hanno pregi e difetti, oltre che regole ben precise da seguire. La TPL, o Terza Persona Limitata, prevede che si entri nella testa di un personaggio alla volta. Lo si può fare per un capitolo intero o solo per un paragrafo, ma il punto di vista non va mai cambiato nell’ambito della stesso paragrafo (altrimenti si torna all’onnisciente). Anche nelle descrizioni ambientali, uno storytelling con TPL prevede che il lettore veda, senta e ascolti attraverso i sensi del personaggio scelto: “Anna vide il fulgore dei raggi solari riflettersi sui vetri e ne fu quasi accecata. I suoi passi, attutiti dal morbido tappeto rosso, la portarono alla finestra e, appoggiandovi la mano, poté avvertire il calore di quel tramonto indimenticabile”. Questo è un esempio molto rozzo e rapido di TPL con descrizione dell’ambiente e delle sensazioni.
L’unica limitazione della TPL è nel poter descrivere un determinato momento solo da un punto di vista, ma i vantaggi sono almeno due: poter caratterizzare in maniera più profonda i personaggi, alternandoli nella storia, e riproporre una medesima scena da più punti di vista. In uno dei romanzi che ho scritto su commissione, avevo una linea generale da seguire con i protagonisti, ma ho avuto modo di creare una serie di personaggi di contorno le cui storie e caratterizzazioni ho potuto mostrare grazie alla TPL, con uno storytelling che spesso mi portava a tornare su una scena particolarmente importante al fine di indicare al lettore i diversi punti di vista, se necessario.

Diverso è il discorso della prima persona: questa si utilizza soprattutto nelle biografie. L’ovvia limitazione è nell’avere un unico personaggio narrante che deve reggere l’intera storia. I momenti di introspezione vanno sapientemente alternati con quelli in cui il protagonista osserva, tocca, ode e usa i suoi cinque sensi. Scrivere una biografia per me è stimolante e complesso allo stesso modo, perché devo entrare nel cuore di chi mi apre il suo e interpretarne sentimenti e sensazioni: se per chi scrive da sé una biografia si tratta di una sorta di operazione a cuore aperto, per un ghostwriter è una sfida bella, ma complessa e delicata, da svolgere fianco a fianco con chi racconta.
Lo storytelling può dunque avvalersi di uno solo tra questi stili narrativi nell’ambito di un unico libro, tuttavia ci sono romanzi in cui si può alternare la TPL alla prima persona (magari in capitoli alternati o per brevi flashback) ed esiste persino chi utilizza la seconda persona singolare. Tuttavia, si tratta di una modalità piuttosto complessa che non potrebbe mai reggere un romanzo intero, ma solo storie brevi.
Quanto contano le descrizioni e quanto le introspezioni nello storytelling di un libro?
La risposta è sempre la stessa: dipende. Dipende dal tipo di libro e dal target di lettori. In un libro sulla storia dell’arte, le descrizioni delle opere avranno una rilevanza fondamentale, mentre in un thriller o in un giallo occorre descrivere solo quello che realmente serve ai fini della trama. Se l’investigatore si trova davanti a un vecchio castello è inutile avventurarsi in descrizioni che coinvolgono la storia delle origini della costruzione, facendo partire, nella mente del lettore, la musichetta di “Super Quark”. Se ai fini della trama è importante mostrare al lettore quanto sia vecchio il castello, si può ovviare con qualche dialogo ben piazzato.
“Mi sembra di essere finito in Transilvania”, borbottò Malcom alzando gli occhi sulla costruzione sinistra e fatiscente, dalle alte torri.
“In realtà il periodo di costruzione è il medesimo. Si tratta di un castello che è stato eretto intorno al 1300”, ribatté il suo compare sbirciando la guida che aveva tra le mani.
“Quindi ora da uno di quei vetri rotti lassù vedremo sbucare un pipistrello?”.
Questo è un altro esempio molto essenziale di come mostrare, in due parole e senza avventurarsi in approfondimenti da National Geographic inutili ai fini della storia, davanti a che tipo di costruzione si trova il protagonista.
Less is more. Meglio meno che troppo, ma bisogna sempre trovare il giusto bilanciamento, soprattutto se si vuole dare corpo e profondità a una storia. Mi è capitato di leggere romanzi dove lo storytelling era così incentrato sulle vicende dei personaggi che le descrizioni erano povere e scarne, ma non ne ho sentita affatto la mancanza. E altre in cui il luogo era la storia stessa e diventava protagonista.
In definitiva, lo storytelling deve adeguarsi, di volta in volta, al tipo di romanzo, biografia o saggio che si sta scrivendo.
VUOI SCRIVERE LA TUA BIOGRAFIA O UN LIBRO ? CONTATTAMI E SARÁ PER ME UN PIACERE AIUTARTI NELLA STESURA E FARLO CON ESTREMA CAUTELA ED EMPATIA E DEL TUTTO IN MODALITÁ GHOSTWRITER. moiradigi@hotmail.com

