“Non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi.”
CESARE PAVESE
Un salto indietro o uno in avanti. Analessi e prolessi. Il flashback di un momento vissuto o il flashforward di uno che deve ancora arrivare. Non sono meri espedienti narrativi, in un libro possono fare la differenza, creare suspence e aspettative, intricare la trama in attesa che si sveli l’arcano. Entrambe le modalità rappresentano potenti strumenti che devono essere quindi usati con molta cura, perché possono creare emozioni imponenti o far letteralmente cadere il lettore fuori dalla storia.
Quando inserire flashback o flashfoward
Per inserire al meglio un flashback o un flashforward, è possibile lasciare uno spazio o cambiare tipo di carattere: io, personalmente, utilizzo il carattere corsivo e inframmezzo questi momenti nella narrazione, evitando anche di usare frasi prosaiche come: “Iniziò a rimembrare il passato…”. Un flashback, poi, non andrebbe confuso con il mero pensiero del personaggio, che è fugace e somiglia più a una riflessione estemporanea.
Flashback al posto giusto
Ma andiamo con ordine: il flashback è un salto indietro nel tempo che permette al narratore di cogliere un momento particolare, utile alla storia. Proprio per questo motivo, non bisogna abusarne, ma impiegarlo laddove può darci informazioni importanti sul comportamento di un personaggio, col fine di caratterizzarlo meglio o giustificare una sua azione. La potenza dei ricordi si annulla se l’intera storia si focalizza su quelli, piuttosto gli spezzoni del passato possono comparire per determinare la coscienza del presente.
Nonostante si tenda a mantenere sempre punto di vista e tempo verbale, a volte il flashback può modificare il punto di vista del narratore: ad esempio, dalla TPL è possibile passare all’io narrante con grande efficacia.
“Francesca si trovò davanti al grande edificio e prese un respiro profondo che sapeva di primavera, cercando di convincersi che sarebbe andato tutto bene.
L’inverno è alle porte e io so che da questo colloquio dipenderà il mio futuro. Ho le mani gelide nonostante i guanti e temo che le gambe non mi reggano fino al quinto piano: l’ascensore è fuori servizio e anche la mia mente, in questo momento, è un enorme vuoto fuori servizio. Non ricordo cosa devo dire, so a malapena chi sono e cosa devo dimostrare perché mi assumano.
Chiuse gli occhi, dicendosi che ora tutto era diverso, era migliore. Che lei era più forte. E tuttavia, perché non riusciva a convincersene?”.
Questo è un esempio estemporaneo di come in un flashback in cui si cambia tempo verbale e punto di vista si possano inserire emozioni che il protagonista pensa di aver abbandonato, ma che si agitano ancora in lui. In realtà, in questo caso specifico si sfiora il ricordo vero e proprio e non è sempre facile stabilire una linea di confine tra uno e l’altro, soprattutto quando lo stacco è così netto.

In un libro di genere thriller o mistero, invece, dei brevi flashback possono fungere da indizi per il lettore, magari perché consentono di tornare indietro prima del delitto o dell’evento eclatante, predisponendo tasselli come in un mosaico. Solo alla fine, presente e passato convergeranno nella soluzione dell’enigma.
Alcuni libri invece partono con un flashforward e lo trovo un metodo molto valido per creare curiosità nel lettore. La descrizione di un corpo ritrovato sulla riva di un fiume, le luci lampeggianti e la polizia scientifica. Dopo, la storia dal suo inizio. Come si è arrivati a questo? Chi è l’assassino? Anche in questo caso, parliamo di un espediente che funziona bene in un poliziesco o in libri con storie che debbano lasciare col fiato sospeso: si offre una finestra sul presente o sul futuro e quindi si procede con il racconto vero e proprio.
Flashforward quando si usa
Durante la narrazione, invece, il flashforward può essere rappresentato anche da una singola frase, messa lì per far salire l’aspettativa di ciò che avverrà: “Guido non sapeva ancora che quella sarebbe stata l’ultima volta che avrebbe visto Napoli. La vita lo avrebbe portato molto lontano da casa, ma al momento il suo unico pensiero era quello di riportare il libro ad Angela, costasse quel che costasse”.

A molti, il flashforward può quasi apparire come uno scomodo spoiler, ma anche in questo caso il suo utilizzo consapevole si rivela invece motivo trainante per cui si continua nella lettura: cosa porterà un ragazzo così legato alla sua terra ad andare via? Quali eventi causeranno questo drastico cambio di rotta? Le possibilità sono molteplici, basta prestare attenzione al sovradosaggio.
Un buon libro può anche seguire la classica fabula, quindi partire dall’inizio per procedere fino alla fine. Ma creare un bell’intreccio può rendere interessante un romanzo di genere rosa o una commedia, i flashback e i flashforward non sono appannaggio esclusivo dei gialli.
In conclusione
Come già accennato, però, non solo occorre non abusarne e utilizzare entrambi gli escamotage narrativi solo quando serve, ma sarebbe anche bene evitare di mixarli. Troppi salti in avanti e indietro rischiano di confondere il lettore e di creare un vero e proprio caos temporale, quindi se proprio si ha intenzione di impiegare entrambe le modalità, bisogna impugnare un immaginario contagocce.
Senza scomodare poemi epici come l’Odissea, esempi ottimali di flashback si ritrovano persino in alcuni libri di Harry Potter. Per quanto concerne il flashforward, invece, si può dire che sia un po’ meno utilizzato, ma risulta efficace soprattutto quando si vuole dare un finale pieno di speranza (o anche negativo, perché no?), anticipando ciò che accadrà tempo dopo la fine della storia. Magari, con un bel sospeso per lasciare spazio alla fantasia del lettore…
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