
Edgar Allan Poe, Bram Stoker, H.P. Lovercraft, Stephen King, Anne Rice e Marlon James: sono solo alcuni dei nomi più celebri tra i maestri dell’horror. Il genere horror oggi non è facile da ricreare, perché l’effetto cliché è dietro l’angolo. Vampiri, licantropi, case infestate, assassini, creature infernali o eventi soprannaturali sono tutti argomenti ampiamente trattati da decenni. Come essere originali, dunque, se tutto è stato già scritto?
Usare i cliché non è sempre un difetto
Impossibile, dunque, utilizzare qualcosa che sia del tutto innovativo, ma molto dipende da come l’idea viene sviluppata. Un testo originale in stile horror può prevedere anche una situazione del tutto ordinaria che, in maniera orrendamente plausibile, diventa straordinaria mutando la storia in un horror senza precedenti. Un esempio su tutti può essere Le notti di Salem di Stephen King, dove i vampiri appaiono inseriti perfettamente nella cittadina senza che nessuno se ne renda conto. Anzi, IL vampiro: King non ha certo copiato Stoker, ma ne ha ripresi gli elementi fantastici per inserire nella vita di tutti i giorni la strana inedia, le visite notturne e il classico cammino dell’eroe che ha come protagonisti un uomo e un bambino, con le loro forze e debolezze.

Insomma, alla fine ne esce un capolavoro evergreen che non ha lo spirito gotico di Dracula, ma appare eccezionale nella sua modernità. Giocare sulle paure più ancestrali e in apparenza fantastiche degli esseri umani può essere un metodo ottimale di creare una storia horror che sia soprattutto psicologica e renda realistico anche lo scenario più improbabile.
Cosa NON fare in un horror
Non bisogna mai confondere l’horror con lo splatter gratuito, giusto per aggiungere un po’ di sangue alla ricetta finale. Ciò non significa che non debbano esserci scene sanguinose, ma occorre inserirle dove servono davvero, dove la narrazione lo richiede al fine di mostrare al lettore di cosa è capace l’antagonista di turno, ad esempio.
Al contrario, a volte vale la preziosa regola del less is more: chi legge di una creatura mostruosa che si abbatte sulla vittima di turno non necessariamente dovrà avere la descrizione minuziosa di come questa lo divori. Spesso, l’immaginazione è sufficiente per far venire la pelle d’oca.

“La Bestia affondò le zanne nel collo di Aron, tranciando di netto vene e arterie da cui un fiotto di sangue bollente zampillò come da una fontana. Imbrattò il muro dietro al letto, creando immagini confuse e astratte di morte, pronte per essere leccate via dalla lingua golosa della Bestia”.
Di sicuro effetto, ma tentiamo una seconda versione.
“Aron avvertì le zanne della Bestia pungere la pelle delicata del collo e seppe che stava per morire. Per una frazione di secondo, mentre il dolore gli esplodeva nel cranio come una supernova, mentre si sentiva strappare il respiro al pari dei tendini, Aron pensò a suo figlio e a sua moglie. Non li avrebbe più visti. Non avrebbe più accarezzato i capelli d’oro della donna che amava, né assistito a una partita di calcetto di James, né…”.
Buio, morte. Fine. Il pensiero che si spezza.
In un horror, queste due versioni possono essere entrambe valide, tuttavia l’empatia con il protagonista e le emozioni di disperazione che si possono percepire nella seconda versione possono essere una carta vincente. Avete notato come cambia anche il POV?
Il POV di un horror conta più dell’ambientazione?
Scrivere in prima persona o in terza persona limitata, in un horror può essere utile per calare nei panni dei personaggi tutti i lettori. Si può provare persino la terribile sensazione di essere incagliati nel cervello del cattivo, dell’assassino o del carnefice in generale, in alcuni casi entrando in empatia con lui (infanzia difficile, problemi personali, ecc.).

Mai come in un horror in cui ci si trova nel classico castello infestato dai fantasmi, nel cimitero pieno di anime inquiete, nella città del serial killer o nel pieno di una fuga dopo un omicidio conta la descrizione delle emozioni. Si parte da qualcosa che pare ovvio, quasi banale, ma si possono descrivere le sensazioni di timore e paura in maniera efficace vedendole con gli occhi di chi le vive.
L’intreccio e gli altri generi
Naturalmente creare un intreccio originale è altrettanto importante: nella celeberrima serie di Nightmare del compianto Wes Craven, lo spettatore già sapeva che addormentarsi era pericoloso, perché sarebbe comparso Freddie Krueger a fare brandelli delle vittime. Ma la sua forza, pur trattandosi di un film e non di un libro, era creare delle storie nelle quali non si sapeva esattamente quale sarebbe stato il momento dell’aggressione, magari perché ci si svegliava in tempo. E il colpo di genio è avvenuto nel settimo film della serie, dove i protagonisti fanno coming out nella vita reale e risultano essere semplici attori. Salvo poi essere catapultati nella realtà in apparenza confinata fino ad allora dietro alla cinepresa.
L’horror può mescolarsi al thriller e diventare un’investigazione paranormale, essere utilizzato per creare filoni fantasy dove non ci sono regole fisiche ma solo fantastiche o diventare una storia d’amore maledetta. Occorre però scegliere un unico filone in cui sapersi districare, ricercando l’originalità senza perdere la via maestra.

Tornando a Stephen King, pur essendo lui stesso una pietra miliare dell’horror di tutti i tempi, vale la pena citare il finale del suo racconto The Mist che, nella versione cinematografica, è stato modificato in maniera radicale da Frank Darabont: e se persino l’autore originale è rimato colpito da un finale che avrebbe voluto scrivere lui stesso, significa che si è trattata di una scelta vincente.

